Racconto di un ipotetico reporter di guerra

Il post che state per leggere, non vuole essere un’atto di presunzione. Non voglio fare la morale a nessuno, ma credo che siccome data la diffusione del blog, e data la continua faziosità di chi racconta la guerra in maniera pseudo tragica e palese e parlando di pace, descrive solamente ciò che vuole, sia giusto far quadrare tutti i conti. Che cioè, nel descrivere un conflitto, si cerchi di essere il più chiari possibile, che chi va a raccontare le guerre, parta con la convinzione, che non debba essere moralista e farlo diventare un Cerebroleso mediatico, che non lo debba trattare come una marionetta per le sue idee, che c’è modo e modo di raccontare la guerra e far capire che fa schifo. Io penso che la guerra, faccia schifo, sotto tutti i punti di vista, che non sia giusta nemmeno la caccia o la legge di natura, che vuole l’animale più forte, prevalere sul più debole. Se si potesse, la sottoporrei a referendum. Ma siccome è legge di natura, non si può. Anche il modo di raccontare la guerra, andrebbe riscritto a cominciare da oggi. Per dare appunto, giustizia a chi legge e dirgli che non è solo a questo mondo, che volendo  vedere in prospettiva le maledette bombe sia “intelligenti” che stupide, la guerra fa schifo e non andrebbe fatta. Perché trasforma gli uomini in animali. E nel dirglielo, la cosa migliore sarebbe scrivere un resoconto  più dettaglaito possibile sulle nefandezze della guerra. Non voglio fare la morale a nessuno e tantomeno essere fazioso, odio la faziosità, ma ritengo che per racconatre bene un’evento come un conflitto, si debba tentare di essere il più corretti possibile con il lettore, pensare che ciò che si scrive, potrebbe essere usato come un randello per percuotere qualcuno, e inibirgli il cervello. Magari spingendolo a fare atti sconsiderati. Io, non mi sogno di fare il doppiopesismo alla guerra, e se dovessi descrivere una strage lo farei in maniera sensibile e non faziosa. Cercherei di capire cosa rende una persona violenta, cosa la spinge a scatenare il suo odio contro il proprio simile. E lo farei Senza fare sconti a nessuno. E siccome purtroppo non posso fare tutto questo, mi limiterò nel provare a descrivere in maniera simulata, uno degli eventi più importanti di quest’anno: la repressione in Siria. Sperando  di riuscire a descrivere al meglio il fatto, vi auguro buona lettura.

G.P

è mattina presto, l’aereo che fa la tratta Roma-Damasco, è appena atterrato all’aereoporto internazionale di Damasco. Ci sono quaranta passeggeri che aspettano di toccare il suolo siriano, ben sapendo che una volta lì, si disperderanno per Damasco e andranno a visitare i monumenti storici e artistici della città. Vicino a me,  sono seduti un ragazzo e una ragazza. Il primo, è biondo con gli occhi verdi e porta una camicia bianca e dei jeans. Si chiama Philip e ha venticinque anni e lavora per l’agenzia Reuters, lo hanno mandato in Siria per seguire la rivolta “ad Homs per essere precisi” mi fa notare. La seconda persona, invece si chiama Winona, ha ventisette anni ed è una bella ragazza bruna con gli occhi castano chiari, e fa la fotografa per settimanale americano torno, vogliothe Times. “Ho deciso di andare in Siria, per provare a dare un senso alla mia vita. Quando torno ho intenzione di scrivere un libro”. Lo dice tutta entusiasta come se fosse certa di poter tornare intera a casa. Io invece, sono venuto in questo paese, per poter capire la guerra. Per poter dimostrare come sia brutale, e soprattutto, per non essere ipocrita. La prima cosa che ho pensato appena ho messo piede dentro l’aereo è stata: ” cosa troverò laggiù? Quali rischi mi attendono? Tornerò vivo a casa?”  Mentre mi facevo queste domande, ho cominciato a controllare l’agenda dove ho appuntato il numero dell’ambasciata italiana a Damasco. Dovrò comunicare anche con loro nel caso in cui mi trovassi in difficoltà. Nella valigia ho un paio di pantaloni corti, tre paia di jeans, e altri indumenti. Poi il pc, tre telefoni satellitari per comunicare con i giornali. Adesso faccio il free lance e collaboro con diverse testate italiane. In particolare per il quotidiano Linea, quotidiano nazional popolare. Ho deciso di entrare in Siria, per descrivere la repressione del regime di Bashar Al Assad.un quotidiano francese dice che diversi cittadini siriani sarebbero fuggiti al confine con la Turchia e che a causa di questo le autorità turche vorrebbero chiudere le frontiere. In Turchia nella settimane scorsa sono arrivati circa cinquecento esuli del regime di Damasco, altri né potrebbero arrivare in settimana, ma la tensione in Siria rimane sempre alta. L’aereo che porta i turisti, è uno degli ultimi, dopodiché sicuramente il governo chiuderà tutte le frontiere. Arrivati all’aereoporto, scendiamo in fretta , cercando di non spingerci a vicenda. L’ambiente è calmo, sulla strada dell’aereoporto, ci sono alcuni soldati della polizia militare siriana con i mitra spianati, sembra che ce l’abbiano con i giornalisti, o con qualche oppositore del regime. Ma incredibilmente, appena mi affretto a mostrare i documenti e dico di essere un giornalista assieme agli altri colleghi, ci fanno passare. Forse Assad sta per intraprendere la strada delle riforme, ma forse no. Damasco è una città fantasma, non c’è quasi nessuna macchina per strada, e sul marciapiede ci sono solo donne con il velo nero sulla testa. Non che Assad figlio sia un religioso, anzi. Nelle ultime due settimane le televisioni internazionali hanno trasmesso immagini di cecchini dell’esercito appostati sui tetti di alcuni palazzi, fare fuoco sui fedeli che entravano e uscivano dal luogo di culto. Ogni secondo che passa, la tensione aumenta. comunque, non è qui che puoi trovare i segni delle battaglie, ma nelle altre città. In particolare ad Homs, nel nord est del paese, o a Latakia, al confine con la Turchia. Io sto andando ad Homs, perché a quanto pare è lì che la gente soffre di più. Sorrido, e penso a come fare per descrivere al meglio possibile le cose che vedrò. Forse però mi sto preoccupando inutilmente, o forse no. L’autista che ci accompagna (siamo in quattro) ci guarda con un’espressione stravolta, sembra che la paura lo abbia paralizzato. Pensi che tutto questo sia solo un sogno da cui vorresti svegliarti, e invece appena la macchina esce a tutta velocità per dirigersi verso l’hotel Rouge, ovvero l’albergo dove alloggiano i giornalisti,  diventa ancora più pallido e ti fa capire che prima o poi Assad potrebbe scatenare contro gli oppositori le ire dell’inferno. Dopo più di un’ora di macchina, arriviamo al pullman che ci porterà a Latakia, dove si sta combattendo una battaglia serrata senza esclusione di colpi. Mentre saliamo sul mezzo, un poliziotto ci ordina di fermarci, mi indica con la mano destra e mi chiede le generalità. Io gli dico che sono della stampa italiana, gli dico che sono un giornalista. Lui però insiste e mi chiede un documento, forse per accertarsi che non sia una spia al soldo di qualche potenza straniera. Io all’inizio tentenno, poi gli dò il documento. L’ufficiale lo guarda bene, forse pensando che il documento sia falso. Dopo  cinque minuti di tensione, me lo restituiscw. A quel punto, tiro un sospiro di sollievo: non è successo niente. Il peggio dovrà ancora venire. Sono le ore 18:30, siamo arrivati ad Homs, mentre l’autista cerca un posto dove parcheggiare, da lontano si sentono degli spari. Dal finestrino, si scorge l’ombra di un ragazzo, avrà diciotto o diciannove anni. Uno dei passeggeri che sta dietro di me, prova ad aprire il finestrino per vedere meglio la scena, io mi giro e gli dico: “no. Non farlo” e gli altri turisti lo stesso: “no non farlo”. Continuiamo a chiedergli di chiudere il finestrino, ma lui niente. Improvvisamente, un rumore assordante ci distrae: un’esplosione fortissima fa volare alcune auto che stanno sulla strada. Muiono quattro persone. Il panico incomincia a serpeggiare fra i passeggeri, ma qualcuno tra noi dice: “state calmi, adesso ci fermiamo”. Passano cinque minuti,e l’autista si ferma. Scendiamo tutti uno ad uno, e quando arriviamo all’hotel, ecco apparire come se nulla fosse, le colonne dell’hotel Rouge. Il primo ad entrare è un giornalista canadese, io sono l’ultimo, e  dalle finestre vedo i cadaveri delle vittime di quello strage. Una strage, senza un perché.

Fine prima parte.

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