REDIVIVI

Mauro Serroni, si alzò di buon mattino per andare a lavoro. Da ventisette anni, lavorava come vigilante e tuttofare in un cinema multisala “a Roma, e spesso faceva il turno di notte. Nel quartiere dove lavorava. La Garbatella, la mattina presto verso le nove, il cinema apriva le porte per proiettare i film usciti da pochi giorni ma anche quelli più vecchi. Mauro aprì il cinema e si mise a fare un giro di ispezione per accertasi che non fossero entrati intrusi, controllò la prima sala in maniera meticolosa ma non trovò nessuno. Fece un giro nella seconda sala, ma anche lì l’esito fu negativo, andò nell’ufficio centrale dove c’erano le telecamere di sorveglianza, le accese e controllò tutte le sale nell’edificio. In questo modo, si sarebbe evitato inutili preoccupazioni, non vide nessuno. Poco dopo, arrivò anche il suo collega, Francesco Cerci, bigliettaio del cinema, da due anni lavorava nella struttura e ci si trovava bene. Lui e Mauro erano grandi amici, Francesco lo stimava molto e lo ammirava. Per questo ogni sera, quando staccavano dal lavoro, andavano a prendersi una birra e facevano tre partite al bowling . Una di quelle sere doveva essere uguale alle altre, almeno così sperava Mauro. Passando in ufficio, vide il calendario, e si accorse che c’erano delle cose da sbrigare. Bisognava per esempio, montare il proiettore per proiettare il primo spettacolo, e controllare che le pellicole fossero ben conservate nelle pizze. Mauro uscì e attese che i proiezionisti montassero il primo spettacolo. Dopo i due addetti, arrivò il terzo, Antonio Migliaccio, tecnico e responsabile del suono. Intanto dentro la stanza delle proiezioni, Mauro stava catalogando alcuni film che erano rimasti in disordine, aveva molto da fare, e cercò di sbrigarsi per non far perdere tempo agli addetti del cinema. Mentre sistemava i film, cominciò a fischiettare un motivetto che conosceva solo lui, sperava che quella distrazione gli alleggerisse la fatica di dover restare in piedi fino alle sette di sera, quando il cinema chiudeva e tutti andavano a casa. Continuò a fischiettare per più di cinque minuti, in quel momento passò Mauro per andare a prendere la torcia in dotazione, e fare il giro d’ispezione. La guardia continuò a controllare la sala, per sicurezza, non vide nulla di insolito, prese la radio che aveva in dotazione, e comunicò con il bigliettaio del cinema: “ qui è tutto a posto” disse Mauro , mentre terminava il giro della sala. Nella stanza di montaggio intanto, Antonio aveva quasi finito di catalogare i film e stava per uscire dalla stanza , decise di accendersi una sigaretta e andare ad aiutare gli altri suoi colleghi. Fumò la prima boccata, senza pensarci troppo. Fece la stessa cosa, fumò di nuovo, e quando sentì di avere i polmoni pieni, gettò il mozzicone di sigaretta vicino ad una scatoletta metallica aperta, contenente liquido infiammabile . Dopo aver buttato la sigaretta, andò in sala per dare una mano ai colleghi. “eccomi ragazzi, sbrighiamoci a sistemare bene tutto che fra poco la sala si riempirà” disse Mauro tutto agitato. “Sta tranquillo, sistemeremo tutto prima che arrivino gli spettatori” Rassicurato da quell’affermazione, Mauro continuò il suo giro. Nel frattempo nella stanza delle pellicole, stava per succedere qualcosa di molto inquietante. Antonio, si accorse di aver dimenticato il cellulare nella stanza, decise di tornare lì, sperando che nessuno oltre a lui l’avesse toccato, appena arrivò vide che il pavimento era sporco di sangue e sentì un forte odore di fumo, la stanza stava bruciando, Antonio si coprì il viso con una mascherina per non respirare le esalazioni del fumo, prese l’estintore in polvere per spegnere l’incendio e cercò di rianimare il suo collega che ormai era quasi carbonizzato e rischiava di morire. Provò a fare la respirazione bocca a bocca per fargli sputare il fumo che aveva inalato nei polmoni. Sfortunatamente il tentativo fallì, allora disperato Antonio prese il cellulare e chiamò il 118: “pronto? Mi chiamo Mauro Serroni e sono un addetto di un multisala, un mio collega si è gravemente ustionato, il fuoco lo ha raggiunto alle braccia e al resto del corpo, fate presto vi prego. Venite subito” “Ok signore stia tranquillo, l’ambulanza è già partita fra dieci quindici minuti sarà da voi” . Mauro avrebbe voluto ringraziare l’operatrice, ma lo spavento fu talmente forte, che non ebbe il tempo di pensare ad altro. Francesco intanto sembrava incosciente e non rispondeva , le sue condizioni erano disperate, ogni secondo che passava Mauro sembrava perdere la speranza di vedere il suo collega ritornare fra i comuni mortali. Intanto l’ambulanza era arrivata, dal mezzo scesero due barellieri che presero Mauro e lo portarono via dal luogo della sciagura. Insieme a loro, arrivò anche la polizia e due auto dei vigili del fuoco, per mettere in sicurezza la struttura. Tutto finì bene, l’uomo fu tenuto sotto osservazione per due settimane, poi fu dimesso. Il giorno dopo, tutti i tele giornali parlarono della vicenda, i soccorritori vennero intervistati e il fatto divenne un caso nazionale. I tg registrarono alte punte di share e telefoni e cellulari sembravano impazziti, la gente voleva sapere cosa fosse accaduto a quei poveretti e così’ i tg nazionali fecero a gara per raccontare i fatti ed accaparrarsi più spettatori possibili. Ad ogni disgrazia, le troupe delle varie testate, facevano a gara per far salire gli ascolti, la cosa piaceva molto agli spettatori di quelle reti, tanto che non esitavano a mandare filmati amatoriali fatti con i videofonini,con tanto di commento allegato. Fatti tragici, accadevano spesso, e spesso i soccorsi arrivavano sul posto per aiutare i malcapitati che si erano trovati loro malgrado, in quelle assurde situazioni, l’incendio del cinema, fu solo uno dei tanti incidenti che sarebbero accaduti di lì a poco. Si trattò di un incidente sul lavoro, se così lo si può chiamare. A volte poteva capitare, pensavano i cittadini che leggevano i giornali e vedevano la tv, qualcuno però si sentì talmente offeso per il fatto di sentire queste sciagure, che preferì spegnere il televisore. Tra i programmi che trattavano disgrazie di questo genere, vi era anche “VIVI PER MIRACOLO” un programma presentato da Claudia Mancini e Ignazio Ranelli. Claudia, aveva trent’anni, ed era una giornalista televisiva di cronaca nera, per anni si era impegnata a fondo nel raccontare diversi fatti di cronaca che spesso finivano nel sangue. Molte volte, si trattava di omicidi per futili motivi, e i responsabili venivano presi. Altre volte invece, di incidenti accaduti per la disattenzione di qualcuno, quando prevaleva la seconda ipotesi, Elisabetta preferiva non andare e chiedeva la direttore del tg che se ne occupasse qualcun altro. Riccardo Manfredi, direttore del tg però era irremovibile, insisteva che doveva essere lei a presentare quei fatti al programma, anche se poteva essere stressante. “Claudia, tu sei una delle migliori giornaliste di questa rete, dico sul serio. Grazie alla tua presenza e a quella di Ignazio, abbiamo aumentato gli ascolti, tutti vogliono vedere e sentire filmati catastrofici dove i protagonisti ci rimettono la pelle, e allo stesso tempo però, vogliono vedere anche un salvataggio in extremis. Il pubblico adora queste cose, perciò dobbiamo tenere aperto il programma”. Claudia non seppe cosa dire, uscì dall’ufficio della tv e andò nel suo camerino. La predica che il direttore le aveva fatto, le sembrò così assurda che per un momento pensò di ignorarla del tutto. Mentre attendeva le truccatrici, si chiese cosa avesse voluto dire il direttore con la frase: “il pubblico adora il programma”. Secondo lui, la gente era affascinata dal vedere filmati di persone che rischiavano la vita rimanendo ustionate, o cadevano da palazzi altissimi, o venivano intimidite da banditi senza scrupoli. Il bello era che alla fine, i protagonisti si salvavano all’ultimo minuto e tutto finiva bene. Di storie così, in Italia ce n’erano tantissime, spesso la causa di questi fatti erano le continue disattenzioni che generavano disgrazie in cui i protagonisti rischiavano la morte. Tele rumors, l’emittente che ospitava il programma di Claudia, era nel suo momento più florido, gli sponsor pagavano migliaia di euro per tenerlo in vita. E gli ascolti salivano vertiginosamente, “VIVI PER MIRACOLO” andava in onda ogni venerdì sera alle ventuno e finiva all’una meno un quarto. Le ricostruzioni degli incidenti in formato film, erano così drammatici, che alcune volte la gente vomitava per lo spavento. E quando Claudia chiedeva al malcapitato se volesse andare a casa o rimanere in studio, lui non ci pensava due volte e diceva: “rimango in studio”, gli altri spettatori rimanevano incollati ai loro posti e guardavano la ricostruzione delle disgrazie, nello schermo dello studio televisivo. Oltre a ricostruire la vicenda, venivano invitati dei tecnici esperti per spiegare come si potessero evitare le tragedie ricostruite. Le spiegazioni erano sempre molto dettagliate, Claudia presentava il filmato ricostruzione e assieme a lei, c’era Ignazio Dardi, che presentava i casi da un’altra postazione. Durante il programma, Francesco spiegava con l’aiuto di alcuni tecnici, il funzionamento di alcuni attrezzi, o mostrava tramite sempre l’aiuto di esperti, come dei professionisti facevano determinati lavori. Gli spettatori ne rimanevano meravigliati, e subito dopo queste spiegazioni, lui osava con varie domande per lasciare gli spettatori attoniti. Un grande successo insomma, che però sarebbe potuto finire prima o poi. Quel sabato, Claudia, era arrivata puntuale in redazione e stava vedendo la scaletta del programma, la studiò bene sperando che non mancasse nessuno , vide che era tutto a posto, e attese che il tecnico del programma la chiamasse per dare il via alla trasmissione. Claudia si guardò allo specchio per alcuni minuti, si fece truccare dalla truccatrice e dopo qualche istante, venne chiamata da Francesco Marini, il regista. Nell’altro camerino Ignazio si dette un ultima sistemata prima di andare in onda e cominciare la puntata. Voleva essere impeccabile per i suoi tele spettatori e tenerli impegnati ad ascoltare le storie dei sopravvissuti a quelle terribili tragedie, sapere che i suoi ospiti si erano salvati, rendeva felice il pubblico, sia a casa che in studio e li rassicurava sul fatto che prima o poi, quando chiunque di loro fosse stato in pericolo, qualcuno sarebbe accorso sul luogo dell’incidente. “VIVI PER MIRACOLO” era molto seguito dai tele spettatori, al punto che era possibile interagire nella pagina Facebook e Twitter in diretta, e nel canale youtube. L’interattività del format, permetteva di mandare in onda, storie di persone sopravvissute a tragedie assurde, da ogni angolo del mondo, e di ricevere commenti da tutti i cinque continenti. Le storie, venivano mandate alla redazione del programma, dai protagonisti, che in studio raccontavano dettagliatamente, anche cosa avevano provato mentre erano in condizioni così complicate da non potersi muovere. Siccome il ricordo di quei terribili episodi, poteva scioccare le vittime, Claudia cercava sempre di sdrammatizzare, ma senza essere insensibile al problema delle vittime. Il raccontare quelle storie, ricostruite da registi e attori professionisti, che grazie a dei copioni ben scritti, riuscivano a riprodurre le tragedie dei malcapitati, e si trattava sempre di scene tremende, in cui venivano fatte vedere persone incastrate in macchinari sofisticati, che rischiavano di morire schiacciate dagli ingranaggi, oppure bambini che incautamente, per un gioco stupido, rischiavano la vita. Molti spettatori erano entusiasti del programma, tanto che qualche volta si intrattenevano con i conduttori, e gli chiedevano un autografo, o la possibilità di fare un selfie, o un autoscatto. Tali manifestazioni d’affetto entravano in tutte le case e la fama del programma aumentava a dismisura, Claudia era sicura che il successo sarebbe continuato se la sua squadra avesse lavorato bene. Bisognava raccogliere nuove storie di sopravvissuti e trasmetterle in tv affinché la gente le vedesse e si appassionasse maggiormente al programma. La cosa però, non sarebbe durata molto, qualcuno stava tramando alle spalle dei due conduttori, nessuno ancora sapeva per cosa. Domenica mattina, il governo italiano si riunì per discutere sul come mantenere l’ordine dello stato. Da alcuni mesi infatti, diversi rapporti del dipartimento della protezione civile, presso il ministero degli interni, evidenziava numerosi episodi di incidenti assurdi, accaduti nella penisola. Incidenti che certamente si sarebbero potuti evitare se le persone avessero seguito i consigli degli esperti, eppure accadevano. Nel governo, nessuno voleva credere che eventi imprevisti, mettessero in pericolo i cittadini, la salute pubblica era una delle priorità per lo stato italiano, e non doveva ne poteva essere messa in pericolo da incidenti assurdi. Altrimenti il progresso della nazione ne avrebbe risentito e sarebbero scoppiati tumulti, e insurrezioni, facendo capitolare il governo e smantellando il sistema politico. Nessuno aveva il diritto di trovarsi in pericolo, nessuno doveva star male, o andare a raccontare le sue tragedie, alle tv o su internet, una legge d’emergenza varata dal primo ministro Ernesto Cardi, vietò alle reti televisive di diffondere notizie che macchiassero la reputazione e le fatiche del governo, per non essere riuscito a istruire i suoi cittadini, a non cercare la morte. Se un solo cittadino fosse morto, scivolando dalle scale, o si fosse trovato incastrato nel sedile posteriore dell’auto, la società del benessere avrebbe avuto dei cittadini mutilati, e ciò avrebbe danneggiato la reputazione del governo della salute. Il primo ministro Cardi, decise di convocare il consiglio dei ministri in riunione segreta per impedire che gli incidenti continuassero, prese anche una decisione radicale, che secondo lui, avrebbe evitato quegli incidenti anomali. “è la quarta settimana che succedono questi incidenti, e nessuno si è precipitato per fermarli. Come è possibile avere squadre interforze, eppoi sapere che hanno fallito nel tenere calma la popolazione?” “Presidente, recentemente abbiamo stanziato due miliardi di euro per potenziare la rete dei soccorsi, abbiamo creato un sofisticato programma informatico per tenere sotto controllo la città nel caso in cui si fossero verificati gravi incidenti e i soccorritori potessero agire per salvare le persone coinvolte in particolari situazioni. Finora ci sono stati diversi gravi episodi, un bambino che ha ingoiato il detersivo,un uomo che si è tranciato la mano mentre lavorava in segheria, e tutti si sono salvati grazie al pronto intervento dei vigili e la professionalità dei sanitari. Cos’altro dovremmo fare?” Il presidente si alzò di scatto davanti alla sua squadra e diede le spalle ai suoi collaboratori, poi sempre di scatto, si girò un’altra volta e batté un pugno sul tavolo, in maniera così violenta che le sedie dei presenti tremarono tutte quante. L’idea della salute pubblica, era per Cardi, l’unica cosa veramente importante, non solo lui l’aveva presa come una missione affidatagli da qualche entità ultraterrena. Se uno solo dei suoi cittadini si fosse trovato in condizioni gravissime, che neanche i più bravi medici li avrebbero potuto curare, allora secondo lui, il governo sarebbe potuto cadere sotto il peso delle responsabilità e il popolo sarebbe accorso per linciare tutti i politici per incompetenza e imperizia. Temendo che sarebbe potuta accadere l’apocalisse e la città potesse cadere nell’anarchia, prese una forte decisione. “ Dopo una saggia riflessione, vi annuncio signori che a Roma, dovrà essere aumentata la sicurezza, voglio che tutte le polizie disponibili monitorino la salute dei cittadini e impediscano questi incidenti, Nessuno deve, e può farsi male, e quando dico “nessuno” intendo proprio dire “nessuno” ne uomo ne donna o bambino. Gli incidenti non sono tollerati, se dovessero succedere vi dovete impegnare a nascondere l’accaduto, la stampa non dovrà informare i cittadini di queste tragedie, la salute non deve essere messa a repentaglio per soddisfare i profitti di qualche programma televisivo”. I collaboratori del ministro si guardarono in faccia tra loro, come se non sapessero a cosa si stesse riferendo. “Quella trasmissione televisiva, mi chiedo cosa ci trovi di così interessante il pubblico, nel vedere persone che prendono fuoco, che perdono le mani o i piedi, che rimangono impigliate alle porte del treno e vengono salvate per un pelo da passeggeri. Si tratta certamente di cinismo, ritengo perciò che sia doveroso nascondere eventi così tragici, e sanzionare le tv che trasmettono anche in maniera simulata, le tragedie di queste persone. Perciò vi dico: prendiamo i dovuti provvedimenti. Impediamo che persone atte a turbare l’ordine pubblico, con notizie tendenziose vengano a rompere l’armonia della città. Propongo che chiunque scriva o parli di queste tragedie, venga immediatamente identificato e schedato all’istante. Nessuno deve turbare l’ordine di questa città. Avete capito? Nessuno” Detto questo, Cardi prese un fascio di giornali e li buttò violentemente sul tavolo senza preoccuparsi della reazione del suo staff. I presenti rimasero sbalorditi dalle affermazioni del primo ministro, come se insabbiare terribili incidenti, fosse servito ad impedirne l’avvenimento. Cardi era irremovibile, a nulla valsero i tentativi dei suoi esperti, nello spiegargli che quegli incidenti, erano frutto di disattenzione da parte dei malcapitati, e che nessuno andava a cercarseli, quindi perché perseguire le vittime per degli incidenti? “. Gli altri parlamentari si guardarono nuovamente negli occhi, il loro collega aveva ragione , come si sarebbe giustificato il governo se la popolazione avesse saputo che sarebbero stati arrestati solo perché erano a conoscenza degli incidenti? Il primo ministro doveva trovare il modo di confutare le accuse che i cittadini gli avrebbero mosso, se avessero visto la polizia intervenire durante l’incidente. Forse creando un evento sui social network, e rassicurando la popolazione, che lo stato li avrebbe sempre aiutati, gli incidenti non si sarebbero mai ripetuti. Il primo ministro spronò l’assemblea, e chiese di fare in fretta, altrimenti ci sarebbero state terribili conseguenze, persino per chi avesse fatto ostruzionismo. Dopo alcuni minuti, i parlamentari votarono un disegno di legge, e ci inserirono un reato specifico: istigazione a delinquere allo scopo di sovvertire l’economia nazionale. In pratica, il passaggio si riferiva al fatto che chiunque avesse raccontato pubblicamente, le storie di persone sopravvissute a una disgrazia, avrebbe potuto incoraggiare altri, ad emularli , farsi soccorrere da un passante per poi fare un passaggio in tv ed affermare di essersi salvato per un pelo. Insomma, secondo il governo ci sarebbero state numerose manie di protagonismo. L’unico modo per evitare tutto ciò, sarebbe stato quello di incarcerare e far curare le vittime, lontano dagli occhi indiscreti, così nessuno si sarebbe preoccupato di quelle tragedie, e la vita sarebbe scorsa come prima. La stessa notte, il primo ministro approvò il decreto legge sulla censura. Il governo voleva a tutti i costi insabbiare gli incidenti fatali a grave rischio, per non scatenare il panico nella mente della popolazione, e perdere il consenso. Per i politici di quella maggioranza, fu importante solo l’armonia sociale, e l’avrebbero potuta raggiungere ad ogni costo. Anche sacrificando le libertà fondamentali, come la libertà di espressione, garantita dall’articolo ventuno della costituzione. Quando tutti i politici riuniti in assemblea, decisero di far passare quella legge, le cose cambiarono per la popolazione. Dal primo mattino numerose pattuglie della polizia, presidiavano le città di Roma, Milano, e Napoli, i motivi addotti ufficialmente, furono quelli di “rendere le città più sicure” nessuno seppe da cosa. Qualcuno sospettò che ci fosse qualcosa sotto, la criminalità in quel momento era in forte crisi e secondo un sondaggio, i furti e gli omicidi erano diminuiti drasticamente. Le cause di morte o di gravi incidenti, si scoprì grazie a questo sondaggio, furono le continue gravi imperizie derivanti dalla scarsa attenzione dei cittadini. Il risultato allarmò molto il governo, che decise di introdurre l’arresto in flagranza di reato, per chiunque si fosse trovato nei pressi di luoghi pericolosi a documentare possibili disgrazie. Il provvedimento aveva come scopo, l’eliminazione dell’allarmismo a livello collettivo, i cittadini potevano sì denunciare una disgrazia, per esempio un incidente causato da una caduta, ma non avevano diritto a diffondere la storia sui media, altrimenti sarebbe scattato l’arresto immediato per il soccorritore e per il soccorso. La sicurezza e la reputazione della città, avevano la precedenza su tutto, anche sull’errore umano, da quando la legge era entrata in vigore, alla polizia erano arrivate centinaia di segnalazioni di gravi incidenti, e ogni volta che succedeva un incidente, la scena era la seguente. I soccorritori chiamavano l’ambulanza e assieme a loro, arrivava anche una volante della polizia (ufficialmente per seguire il protocollo di pronto soccorso veniva detto) e anche dei vigili del fuoco. I vigili e i soccorritori dell’ambulanza entravano per primi e soccorrevano la vittima che si trovava in pericolo, e dopo averla soccorsa la mettevano su una barella e quando si trovava dentro l’ambulanza, i vetri venivano oscurati per proteggere la sua sicurezza e quella suoi familiari. Alcuni non credevano a queste motivazioni, perché in genere la vittima veniva portata in una struttura ospedaliera protetta e dotata di tutto il necessario, persino le stanze erano pulite, fino al punto che nei muri e sul soffitto non c’era mai una crepa o una perdita d’acqua. Quando le vittime venivano portate in ospedale, venivano sottoposte ad operazioni chirurgiche per essere rimesse a nuovo. A operazioni e riabilitazione conclusa, venivano dimesse definitivamente dall’ospedale. Prima che mettessero i piedi fuori dalla struttura gli veniva fatto compilare un documento, dove si affermava che da ora in poi, se fosse accaduto un altro incidente l’unico responsabile sarebbe stato solo lui. I cittadini, non pensarono che il governo volesse insabbiare le loro disgrazie, erano convinti che fosse solo per non farle star male. La realtà però era ben diversa, e forse sarebbe stata allucinante, per chiunque si fosse accorto, di ciò che accadeva nei luoghi di cura dei malati. È proprio ciò che stava per succedere, e stavolta salvare il malcapitato non sarebbe stata una passeggiata. A Malagrotta, vicino Roma, c’è una grande discarica, dove ogni giorno finiscono migliaia di tonnellate di spazzatura, in gran parte materiale ferroso, ma anche plastica, liquidi e altri rifiuti che in seguito vengono riciclati. Ad occuparsi delle operazioni di riciclo, è Salvo Banfi, un gruista di 32 anni con alle spalle otto anni di esperienza nel ramo dei lavori ambientali, ogni mattina esegue il trasporto di plastica, vetro acciaio e alluminio senza alcun problema. Quella mattina Salvo deve trasportare molta plastica più del solito, facendo un breve censimento, nota che attorno alla discarica, ci sono delle taniche di Kerosene chiuse, e decide di avvicinare il braccio meccanico per separarle dagli altri scarti di plastica e cartone. Dopo aver fatto questa operazione, la ripete nuovamente finché non ha riempito l’inceneritore e fatto piazza pulita. Salvo separa tutti i rifiuti e li trasporta nell’inceneritore per liberare posto nella discarica, sa che ci vorrà molto tempo ma a lui piace lavorare con calma, perciò continua a spostare i rifiuti senza fretta, sicuro di finire in tempo prima che faccia buio. Salvo sale sul mezzo ed incomincia a spostare la gru di qualche centimetro per non farla bloccare, incominciò così a raccogliere tutti i rifiuti e liberare la zona, continuò a fare così per alcune ore, finche non riempi l’inceneritore. Terminata l’operazione, tirò i comandi della gru e si allontanò dal macchinario per rimettere la gru nel parcheggio della discarica. Dopo aver fatto questo, scese dal mezzo e prese un accendino per fumarsi una sigaretta, voleva riposarsi un momento dopo aver fatto tutte quelle pesanti manovre,decise di controllare il cellulare per vedere i messaggi in arrivo. Vide che la casella dei messaggi era piena, e decise di eliminare alcuni messaggi, mentre controllava i messaggi, l’accendino che aveva sul taschino dei pantaloni, gli cadde. L’accendino fermò la sua caduta, vicino ai cingoli del mezzo per poi giacere abbandonato. Salvo vide l’ultimo messaggio in arrivo e ci scherzo su: “lo so io chi è questo, non ti fai mai sentire, vecchio bastardo adesso è arrivato il momento di farsi vedere, che dici?” Salvo stava parlando di Francesco Mariani, un suo vecchio collega che aveva conosciuto quando aveva cominciato a lavorare nel settore edilizio. Mariani era all’ultimo anno di lavoro, e poi sarebbe andato in pensione, lasciando tutti i suoi colleghi a sbrigare le altre cose. Salvo rimase incantato e continuò a parlare come se tutto fosse tranquillo. Dopo aver controllato le ultime chiamate, decise di allontanarsi da dove si trovava, mentre era occupato, l’accendino si aprì e il mezzo cominciò a bruciare, da sotto si levarono delle dense nebbie di fumo, poi scaturì l’incendio. Salvo sentì la puzza del fumo, e poi sentì un forte calore che si stava avvicinando, e vide il fuoco propagarsi dentro al mezzo, Salvo tentò di sfuggire alle fiamme, senza riuscirci, in meno di pochi secondi, le fiamme lo avvolsero e diventò una torcia umana. I colleghi intanto, stavano arrivando sul posto per incominciare il lavoro, ed erano all’oscuro di tutto, uno di loro, vide un bagliore intenso e cominciò a preoccuparsi, per vedere cosa fosse si avvicinò al mezzo da dove veniva la luce, e fu lì che vide Salvo che era in preda alle fiamme, il suo collega fu talmente spaventato che rischiò di rimanere paralizzato per la tragedia che aveva davanti agli occhi, sapeva che non c’era tempo da perdere, corse verso il suo camion prese una coperta per tentare di spegnere le fiamme. Salvo intanto continuava a dimenarsi ed a urlare. Il dolore del suo corpo causato dalle fiamme che lo stavano attraversando, era intenso. I colleghi arrivarono con la coperta e spensero le fiamme. Salvo era carbonizzato, il suo volto quasi irriconoscibile, e le ustioni avevano raggiunto il settanta per cento del corpo. L’ambulanza arrivò immediatamente, i paramedici caricarono Salvo sulla barella e andarono all’ospedale. I colleghi erano sconvolti per ciò che era accaduto, non riuscirono a darsi pace, Salvo venne mandato in un ospedale attrezzato, che potesse curare le sue ustioni, rimase nel reparto grandi ustionati, per due mesi, poi venne dimesso. Il fatto non si venne a sapere, perché prima che uscisse dall’ospedale, a Salvo era stato imposto, di firmare un documento che scaricava i sanitari da eventuali responsabilità, l’ordine era stato imposto dall’alto per far rispettare la sicurezza. Alcuni temerari però avevano deciso di trasgredire l’ordine, per non far cadere la tragedia di quell’uomo nell’oblio. Erano due colleghi di Salvo e si chiamavano Luigi Gemma e Carlo Tardini, da quando Salvo aveva incominciato a lavorare con loro, le cose erano andate bene fino a quella terribile tragedia. Il giorno successivo al ricovero loro avevano deciso di andare a trovarlo, per manifestargli la propria solidarietà. Se una cosa del genere fosse accaduta a loro, Salvo si sarebbe precipitato ad aiutarli, perciò non videro perché non dovessero andare a trovarlo. “ andremo a raccontarlo a quella nuova trasmissione sulle tragedie, quella dove fanno vedere un sacco di sangue, se gli scrivessimo una bella mail come si deve e raccontassimo la storia di Salvo forse la cosa otterrebbe maggiore visibilità e la gente si renderebbe conto di cosa può succedere se non si sta attenti quando si lavora. Però ho paura, se la polizia dovesse scoprire che ho mandato la storia di Salvo a quelli la, mi troveranno e mi faranno sparire, lo sento”. La paura si impadronì di lui, e se la polizia lo avesse scoperto, come si sarebbe giustificato? Se lo avessero torchiato al commissariato, per poi torturarlo e farlo sparire, cosa gli sarebbe successo dopo? Non gli importava se fosse scomparso, la sua preoccupazione era per la sua famiglia, e per quella di Salvo. Non poteva nascondere un fatto tanto grave a milioni di persone, far sapere la tragedia di Salvo avrebbe contribuito a impedire nuovi incidenti e avrebbe potuto indurre le aziende nel territorio a essere più accorte in fatto di sicurezza sul lavoro. Forse avrebbe anche spinto la popolazione a ribellarsi contro le assurde pretese del governo di insabbiare incidenti come quello del suo collega. Intanto però non sarebbe rimasto con le mani in mano, ad attendere l’eventuale reazione degli italiani. Così decise di fare un tentativo, si guardò intorno nell’ospedale, per assicurarsi che nessuno lo stesse notando, prese il tablet e incominciò a scrivere una mail al programma, nella speranza che gli arrivasse una risposta. Scrisse quindici righe, lo controllò per assicurarsi che non ci fossero errori, poi fece un lungo sospiro e lo mandò. Nessuno si era accorto di cosa stesse facendo, la fortuna era dalla sua parte. Soddisfatto della sua impresa, fece uno scatto veloce con il braccio e rimise il tablet in tasca. Assicuratosi di non essere osservato, andò nella sala d’aspetto e si sedette vicino a un tavolino per far credere di essere un visitatore come tutti gli altri. Mentre leggeva, pensava che la città sarebbe tornata normale grazie al suo contributo, altri medici giravano nella sala senza preoccuparsi di controllare il viavai nel reparto. Francesco era preoccupato, temeva che qualche suo collega l’avrebbe denunciato, se solo si fosse azzardato a mettere piede in uno studio televisivo, i poliziotti sarebbero scesi in forze, e con le armi spianate avrebbero messo a soqquadro lo studio televisivo per ricercare il responsabile di quella chiamata. Sarebbero giunti anche all’ospedale per cercare di intimidire i presenti e convincerli a insabbiare la tragedia di Salvo. Avrebbero dovuto mentire alla stampa, per salvare la faccia del presidente, perché era inaccettabile che si andasse a parlare di tragedie continue, la salute dei cittadini ne sarebbe stata danneggiata. Alcuni minuti dopo, l’infermiera uscì dalla sala e comunicò lo stato di salute di Salvo: “buon giorno signori, sono venuta per informarvi sulle condizioni del vostro amico. Ha riportato diverse bruciature sul corpo ed è molto grave, tuttavia siccome siete riusciti ad intervenire in tempo, c’è una buona possibilità che seguendo le terapie adeguate , presto o tardi (dipende se riusciremo a fermare le infezioni causate dalle ustioni) il vostro collega, potrà lasciare il reparto. Fate attenzione però, non fatene parola con nessuno, la polizia ci tiene d’occhio per far rispettare la legge sul silenzio assenso delle tragedie, è una misura di massima sicurezza. La salute qui, è sempre in cima ai pensieri del governo, se provate a parlare di ciò che è accaduto qui, ci saranno terribili conseguenze”. “Di che tipo?” domandò Luigi incuriosito da questa nuova disposizione. “la polizia potrebbe venire qui senza un mandato del pubblico ministero, in forze con volanti e cellulari della polizia e ci arresterebbero tutti. Poi ci manderebbero al tribunale del popolo e dopo un veloce processo ci farebbero sparire tutti quanti”. I ragazzi si guardarono negli occhi e poi chiesero all’infermiera di continuare: “…e poi quando sono spariti che fanno?” l’infermiera li guardò una seconda volta negli occhi, davvero non credette alle loro parole. Rimase in silenzio per alcuni secondi e in seguito disse: “li sottopongono ad elettroshock e gli danno il colpo di grazia con una fucilata in testa”. Quella risposta gelò i due amici, non potevano credere a ciò che l’infermiera stava dicendo a loro. Francesco stava per esplodere, sapere che la sorte del suo amico sarebbe stata avversa, decise che doveva salvarlo, ad ogni costo. Raccontare la sua vicenda a Tele Rumors, davanti alle telecamere con milioni di persone che pendevano dalle sue labbra, poteva essere il primo passo per aiutare le persone a sentirsi sicure a lavoro. Spinto verso il suo proposito decise di placarsi per organizzare meglio il piano, voleva che la conduttrice del programma non lo liquidasse con un “buongiorno e arrivederci” . Pretendeva di essere ascoltato e di aiutare chi stava nella sua situazione, perché credeva fortemente nel cambiamento di atteggiamento delle persone quando sono invitate a guardare le prove con altri occhi. Più in là nello studio medico, lo staff del reparto stava raccogliendo i ferri per iniziare un operazione urgente da codice rosso. “Facciamo presto, il paziente ha urgentemente bisogno delle nostre cure, altrimenti morirà” disse la dottoressa ai suoi colleghi che stavano eseguendo l’operazione . Intanto Luigi e i suoi colleghi, erano sempre più preoccupati, la sorte del loro amico rimaneva appesa a un filo. Francesco si passò la mano sul volto, pensando cose del tipo: “ho fatto una cazzata, nessuno vorrà sentire parlare di una tragedia simile, quella giornalista avrà sicuramente storie migliori della mia, come posso pensare di riuscire ad attirare la sua attenzione? Forse dovrei rassegnarmi, come posso pensare anche per un solo istante, che mi rivolga la parola?”. Aveva già mandato la richiesta per partecipare al programma, ormai era tardi per ripensarci. Rimase al suo posto in attesa che i medici gli dessero buone notizie sullo stato di salute di Salvo, sperando che fossero buone notizie. Passarono diverse ore prima che l’intervento fosse portato a termine, si trattava di un intervento delicato che doveva essere eseguito con la massima cautela e precisione, bisognava evitare che la ferita si infettasse, fortunatamente il chirurgo che stava operando Salvo era una dei migliori nella chirurgia d’urgenza. Salvo venne tenuto in sala operatoria per alcune ore, fatti i dovuti accertamenti gli fu chiesto di firmare una liberatoria, lui chiese il perché, la donna non gli rispose. Per non perdere tempo, ebbe la maldestra idea di non insistere neanche sul quando e dove avesse potuto riabbracciare il suo amico. Pensava che sarebbe stata una cosa di un attimo e via. Non gli passò per la testa che Salvo avrebbe vissuto un’ esperienza sconvolgente, e che nessuno avrebbe potuto salvarlo per riportarlo a casa. Pervaso da una calma irreale, decise di rilassarsi e lasciare che i medici si preoccupassero di lui. Salvo si trovava sotto i ferri da due ore, l’operazione per disinfettargli le scottature, fu difficile, tuttavia alla fine i medici lo misero su una sedia a rotelle e lo riaccompagnarono fuori. Intanto Francesco, si stava preoccupando, nessuno gli aveva dato notizie certe. Voleva sapere assolutamente quando avrebbe potuto rivederlo. Mentre continuava a disperarsi, e il suo collega cercava di rimanere calmo, attese che dalla sala operatoria uscisse una speranza. Che un medico si rivolgesse a loro in tono gentile e li spronasse a riprendersi Salvo tutto intero. Mentre continuavano a disperarsi, da fuori sentirono la porta della sala operatoria sbattere violentemente, Francesco si girò per un istante e pensò che stavolta il medico gli avrebbe portato notizie confortanti e che la cosa finisse lì. Passò un minuto da quando aveva maturato questa speranza nella sua testa, perché l’unica cosa che lui e il suo collega desideravano veramente, era tornare sereni al lavoro e vedere che anche Salvo avrebbe potuto lavorare tranquillo. A un certo punto la porta della sala di aspetto si mosse bruscamente, da fuori arrivò un uomo vestito con un pigiama da ospedale, lo videro e riconobbero Salvo. Era uscito tranquillo, appena fuori sfoderò un sorriso disarmante e abbracciò gli amici, nessuno di loro sospettò del suo ritardo. Pensavano anzi che i medici l’avessero trattenuto per gravi motivi, o forse per fargli firmare dei documenti. I due amici, non seppero spiegare l’anomalia commessa dall’ospedale. Non ci pensarono troppo, e uscirono dalla struttura per rientrare a casa, anche se le spiegazioni date da Salvo sul cosa fosse realmente accaduto dentro la sala operatoria, furono vaghe. “Ho la macchina a pochi passi dalla fermata, ti posso accompagnare a casa, e se ti serve aiuto restiamo con te per darti una mano”. Salvo guardò i suoi amici, ci pensò su e rispose: “ok, accompagnatemi a casa. Forse è meglio farmi aiutare, non vorrei che mi capitino altri incidenti spiacevoli”. I ragazzi rimasero sconcertati nel sentire le sue dichiarazioni, pensavano che stesse scherzando perché ormai era fuori pericolo, incidenti non ne sarebbero accaduti. Fecero come lui gli aveva detto, lo riportarono a casa, certi che il giorno dopo appena sveglio, li avrebbe rincontrati e sarebbe stato disponibile a stare con loro. In realtà, la sua unica preoccupazione era rivolta alla possibile chiamata della trasmissione televisiva, raccontare la disavventura lo aiutava a non ripetere l’errore che aveva già commesso, cioè di non denunciare il comportamento del governo sugli incidenti che avvenivano a Roma. Arrivato a casa Salvo si guardò intorno, ogni cosa gli ricordava la sua infanzia, la cucina e il salone, erano uguali a quelli che sua madre e suo padre avevano in casa loro, rivedere i vecchi arredi, lo fece ritornare indietro di tanto tempo. Volle ritornare alla sua infanzia per accantonare la disgrazia per un istante. Parlarne di meno ai parenti, gli avrebbe risparmiato di accennare alle delicate operazioni a cui si era sottoposta, e al fatto della firma del foglio di esenzione. Firmando il foglio in cui si assumeva lui stesso la responsabilità dell’incidente, l’ospedale sarebbe stato esentato da ogni forma di responsabilità e la polizia non avrebbe potuto indagare su sollecitazione dei parenti del malato. Il governo pensò che facendo firmare un simile documento, i malati avrebbero rinunciato a stare sul piede di guerra. Salvo, non sentiva di far parte di quella categoria anzi, nascondere la scampata morte, non gli piaceva per niente. Avrebbe fatto ogni cosa in suo potere per rovesciare il potere costituito e rivelare a tutto il mondo, quante persone erano misteriosamente scomparse per il solo fatto di essersi trovate a tu per tu, con la morte. Per Salvo, tacere sugli incidenti voleva dire non dare speranze a chi aveva vissuto la sua stessa situazione, e si vergognava di parlarne, spronare la vittima per farle raccontare ogni minimo dettaglio della tragedia. Le persone veramente fragili in questo campo, erano quelle che si vergognavano di esporre le tragedie, non chi ne era rimasto coinvolto, raccontare la sua disavventura a milioni di telespettatori, avrebbe potuto smuovere le coscienze, convincendole a iniziare una rivolta popolare contro il controllo dello stato sulle sofferenze altrui, e la censura onnipresente. Prese il foglio di carta, lo piegò ben bene, e lo mise dentro una grande busta per nasconderlo e farlo no recapitare alla redazione del programma. Lo doveva ai suoi colleghi che l’avevano salvato e a se stesso, una volta finiti questi gesti, se ne andò sul divano e si addormentò. Clara, la moglie di Salvo, era in giardino e stava curando le piante, pure lei come il marito voleva parlare dell’incidente di Salvo. Molte volte le amiche le avevano parlato di cosa il governo faceva a chi tentava di propagandare gli incidenti, veniva segnalato da un residente di zona, poi arrestato e fatto sparire. Clara lo sapeva perché le sue amiche le avevano parlato di episodi simili, dove ogni vittima di incidenti finiva con l’essere colpevolizzata per il solo fatto di essere stata sul punto di morire. Si chiese se un accusa così ridicola avesse senso, se far sparire chi era malato o ferito per non parlarne alla tv, aumentasse il senso di sicurezza, si convinse che la cosa non avesse senso e che la gente avesse il diritto di andare a raccontare qualunque cosa ritenesse giusto dire. Lei sarebbe andata alla trasmissione e avrebbe parlato con gli autori del programma, incoraggiandoli a rivoltarsi contro il presidente del consiglio e fargli ammettere l’imperfezione dell’umanità. Mentre pensava al programma, un blindato della polizia passò di lì per caso, era una vedetta incaricata di controllare i cittadini che non rispettavano la legge del silenzio, chi conosceva tale provvedimento sapeva bene che se veniva scoperto, non avrebbe avuto la possibilità di redimersi. Al pensiero di una punizione così grande, Clara entrò di corsa in casa e si chiuse dentro finché il pericolo non fosse cessato, l’idea di esporsi pubblicamente era rischiosa. Se le autorità avessero scoperto il suo legame con Salvo, le avrebbero fatto il terzo grado, per tentare di manipolare la sua versione dei fatti incoraggiandola a ritrattare e dichiarare che l’incendio era stato colpa sua. Doveva assolutamente evitare questa tragica fine, e per farlo aveva una sola possibilità: parlare alla trasmissione al posto di Salvo. Aprì un cassetto e prese il cellulare per guardare la mappa satellitare e trovare delle vie di fuga nel caso in cui la polizia si fosse messa in mezzo formando un cordone per arrestarla. Vide che alla prima uscita situata nello studio televisivo, la strada portava dietro un vicolo isolato, che continuava per due chilometri verso un ponte, per poi estendersi in un bosco isolato dove passavano pochissime auto. Fece diversi metri a piedi fino a incrociare una palazzina verde con sopra l’insegna di Tele Rumors. Fece pochi passi e arrivò all’entrata principale, vicino alla porta c’era una sala d’aspetto per il pubblico. Clara vide arrivare alcuni cine operatori dell’emittente, con in mano due piccole telecamere e alcuni treppiedi. Pensò che servissero per girare la puntata di “VIVI PER MIRACOLO”, visto che fra due giorni (era giovedì) sarebbe andato in onda il programma. Avrebbe voluto curiosare un po’ di più, per verificare le sue certezze, ma pensò che fosse una cosa troppo scortese, decise di attendere ancora per il suo turno. Più in fondo negli studi della trasmissione, il comitato di redazione si era riunito per discutere su come invogliare la gente a chiamare il programma e parlare delle loro storie. La domanda non era retorica come si poteva pensare, aveva invece un senso compiuto, Claudia e il suo staff avevano tutti i mezzi per farlo, ma l’ordine che aveva dato il governo di zittire chiunque mettesse in evidenza, intimoriva tutte le persone che avrebbero voluto presenziare alla trasmissione. Perciò lo staff doveva trovare una soluzione per avvicinare più gente e rompere l’oblio sugli incidenti, e far desistere il governo dal minacciare misure da legge marziale. “Ragazzi ho trovato: facciamo una puntata in diretta”. Lo staff rimase perplesso: “ne abbiamo già fatte tante in diretta, cosa ti viene in mente?” domandò Francesco con aria perplessa. “faremo una puntata verità. Manderemo testimoni sopravvissuti sui luoghi dei loro disastri e li intervisteremo per farci dire come sono scampati alla morte, dopodiché monteremo un secondo filmato per dimostrare la frequenza degli incidenti fra gli italiani. Poi una volta montata questa parte, diremo che il pericolo che le persone si facciano male è reale, e costringeremo il governo ad ammettere l’evidenza dei fatti. Semplice no?”. I collaboratori del programma si guardarono in faccia preoccupati. Tanto che alcuni cominciarono a tremare per paura di fallire nell’intento, a nessuno però vennero in mente altre soluzioni. “Continua Claudia, ti ascoltiamo” “faremo montare le solite scene da film, con l’attore che interpreta la vittima, le testimonianze degli amici e la voce fuori campo come da copione. In più stavolta, faremo un diverso montaggio del filmato, e parleremo senza filtri tutti quanti, dei rischi che si possono correre con gli incidenti e diffonderemo le statistiche sulla frequenza degli eventi. Se il presidente vuole contrastare il nostro progetto, ci attrezzeremo perché fallisca, diffondendo i dati in tv e sui social network, nessuno li fermerà e il presidente sarà costretto ad ammettere il fallimento del suo governo nella sicurezza della popolazione, e darà la possibilità a chiunque sul dibattere come prevenire gli incidenti. Ve la sentite di tentare?”. I collaboratori ci rifletterono alcuni secondi, e all’unisono dissero: “ va bene, facciamo un tentativo”. Lo staff fu felice di realizzare la sua idea, e senza perdere tempo, si mise a lavoro. Claudia intanto stava riordinando alcune cartelle, vide che ne mancava una. Andò fuori a cercarla, sperando di arrivare presto in studio. Poco lontano, la moglie di Salvo stava leggendo una rivista, mentre la sfogliava, la coda del suo occhio vide un’ombra vicino a lei. Non sapeva esattamente chi fosse, finché non vide i lunghi capelli biondi sfrecciarle davanti, era la conduttrice del programma. Clara si alzò di scatto e le andò incontro: “dottoressa Mancini, aspetti un attimo, le devo assolutamente parlare”. “Mi scusi, ma devo prepararmi per la trasmissione, se vuole raccontare la sua storia, scriva una mail poi vedremo se contattarla” rispose indispettitaElisabetta. “Ho bisogno di parlare al suo programma, un mio amico si è fatto molto male alcuni giorni fa. L’hanno ricoverato all’ospedale e poi la scorsa settimana l’hanno dimesso, io e la mia famiglia siamo andati ad accoglierlo pensando che fosse tutto a posto. Sfortunatamente ci siamo sbagliati, qualcosa non è andato nel verso giusto e lui si è sentito nuovamente male. Ho provato a chiedere all’ospedale come stesse, ma mi hanno detto che è scomparso, lei potrebbe fare un appello per ritrovarlo?” Elisabetta guardò la moglie di Salvo negli occhi, e le prese le mani per cercare di confortarla: “stia tranquilla, stasera andremo in onda col programma e parleremo di ciò che lo stato vuole occultare. Se tra le vittime degli incidenti c’è pure suo marito, lo farò sapere a tutti gli spettatori. La faccenda non verrà insabbiata. Glielo prometto”. Appena Clara sentì le parole di rassicurazione della presentatrice si calmò e cercò di trattenere la disperazione in cui era entrata dalla scomparsa del marito. Attese che le fosse data la parola, poi rispose alla conduttrice: “la ringrazio, non sa quanto sia importante che si continui a parlare di casi come quelli di mio marito. Spero che la mia storia possa far riflettere chi si è trovato nella mia stessa situazione, e gli faccia impugnare le armi contro questi tiranni”. Clara si sentì subito bene, e lasciò cadere le sue afflizioni. Quando ebbe finito di parlare, ci fu un suono sordo fuori dallo studio, era il tecnico che le stava chiamando: “fate presto, siamo in ritardo di cinque minuti sulla tabella di marcia”. Elisabetta si precipitò nel camerino per farsi truccare prima di andare in onda, quindi si alzò dalla sedia e uscì dal camerino per entrare in studio. Fuori c’erano pochi spettatori seduti, avevano prenotato per essere presenti alla trasmissione, ed erano all’oscuro su come sarebbe andato lo spettacolo. Molti pensavano che sarebbe stata la solita puntata, con le ricostruzioni filmate, il sangue di qua e di la, non sospettarono minimamente che quella sarebbe stata una puntata diversa dalle altre. I tecnici si misero in posizione, Elisabetta guardò la telecamera e attese il cenno del tecnico delle riprese. Il regista si preoccupò di vedere se tutto fosse a posto, poi con un cenno, diede il via. Alle 21:00, partì la sigla del programma . “buonasera, benvenuti amici telespettatori a una nuova puntata di “Vivi per miracolo” “ esordì Elisabetta davanti ai suoi telespettatori e il pubblico in studio. “oggi, parleremo di altre storie, che hanno protagoniste, persone scampate per un soffio alla morte, e che grazie al coraggio e la solidarietà di tanta gente comune, sono riuscite miracolosamente a salvarsi”. Una volta che ebbe detto le solite parole di rito, Elisabetta passò al dunque: “oggi, vi faremo vedere, nuove immagini di queste persone, per esaltare anche i soccorritori. Se volete seguirci, potete telefonarci, mandarci un fax, una mail, o seguirci su Facebook e twitter, con l’ashtag #vivipermiracolo. Mi raccomando tutto attaccato. Adesso incominciamo con la prima storia”. Elisabetta fece un timido sorriso, per la telecamera, poi fissò lo schermo gigante davanti a lei, le luci dello studio si abbassarono, ci fu il silenzio e partì il filmato. La voce fuori campo, cominciò a descrivere la ricostruzione di una tragedia, nessuno aveva la vaga idea di cosa si trattasse, alcuni cominciarono a scommettere sul fatto che fosse solo un metodo della rete, per allinearsi al volere del governo, altri che invece si trattasse di un trucco per smascherare le scuse delle autorità sugli incidenti. Il filmato continuò descrivendo le disavventure del malcapitato, che era cascato dentro una betoniera e stava rischiando di essere frullato dal macchinario. Il filmato inoltre era in alta definizione, per rendere più reale la vicenda, in studio la tensione era palpabile. Tutti i presenti, conduttori compresi, attendevano spasmodicamente che il ragazzo venisse salvato, le sue grida di aiuto furono così forti che fecero rimbombare anche le casse dello studio. Elisabetta percepì l’effetto e sorrise aveva ottenuto ciò che voleva: realismo puro. Il film continuò parlando di altri protagonisti che si trovavano a camminare sulla stessa via del ragazzo, ma non erano al corrente della sua disavventura. Il ragazzo era intrappolato dal cemento a presa rapida che stava per corrodere ogni lembo del suo corpo. I protagonisti, che poi sarebbero diventati i suoi soccorritori, in quel momento stavano passeggiando, quando uno di loro sentì le urla strazianti del ragazzo. Il primo soccorritore cercò di tranquillizzarlo e si avvicinò alla betoniera per tirargli le braccia. “ dammi le mani, adesso ti spingo fuori”. L’altro soccorritore invece andò a spegnere la macchina. Mentre la voce narrante continuava a spiegare le fasi successive del salvataggio, dietro lo studio qualcuno fece una telefonata. Alla presidenza del consiglio, il presidente era in riunione con i suoi collaboratori. Stava decidendo su come silenziare più velocemente gli spettatori di Tele rumors. “se avessimo l’esercito pronto alle porte di quelle trasmissioni, quante persone pensate avrebbero il coraggio di bussare agli studi, e parlare delle loro disgrazie? Quanti sarebbero capaci di aggiungere dettagli macabri, per turbare l’ordine sociale? Nessuno. E noi, dobbiamo puntare a questo obbiettivo, nessuno si azzarderà più a risvegliare la solita apocalisse, tutti dormiranno sonni tranquilli…….” Mentre continuava a dire le solite farneticazioni, bussarono alla porta. “chi è?” “signore, forse è meglio se viene a vedere nell’altra sala”. Il presidente fece una faccia strana. Chi e perché, stava disturbando il lavoro della presidenza del consiglio dei ministri, intenta a bloccare le fughe di notizie sui fatti di cronaca? “accendete la tv” disse il presidente. “subito presidente”. Il televisore si accese su Tele Rumors e dallo schermo apparve Elisabetta con altri ospiti. “Abbiamo qui il comandante dei vigili del fuoco Alfredo Lombardo, che ci farà vedere come comportasi in caso di incendio o altre gravi pericoli. Vorrei incominciare questa nostra chiacchierata col chiederle comandante, quali sono le procedure da seguire in caso di incendio in un luogo pubblico?” Il comandante si guardò intorno, per accertarsi che la platea lo seguisse nel discorso che stava per fare. “quando ci troviamo in un luogo pubblico come un cinema, un palasport, un arena etc, occorre tener presente alcune cose. Primo, esistono moltissime uscite di sicurezza, che sono contrassegnate dai cartelli luminosi, come quello che vedete alle vostre spalle”. Lo schermo di fronte a Elisabetta si illuminò di verde per evidenziare l’omino che prendeva l’uscita di sicurezza, il pubblico lo vide e si concentrò sulle spiegazioni del vigile. “secondo, quando c’è un incendio, bisogna far defluire la gente con calma, fuori dall’edificio, in maniera ordinata per non creare il caos tra la folla”. Elisabetta fece un cenno d’assenso, e guardando fisso nella telecamera, azzardò una domanda per sorprendere il pubblico in studio: “è tutto molto interessante, comandante. Sicuramente i nostri telespettatori a casa e sui social, avranno gradito la sua dotta lezione. Io però vorrei farle una domanda” “chieda pure” rispose Lombardo. “quante sono le persone che ha salvato nell’ultimo periodo a causa degli incidenti?” In sala scoppiò un mormorio generale. Gli spettatori furono sorpresi per la spavalderia con cui Elisabetta aveva fatto la domanda. Lei guardò il comandante dritto negli occhi, voleva avere la risposta alla sua domanda. Il comandante fissò l’occhio della telecamera alla sua sinistra, e ripensò a tutte le vite che la sua unità aveva salvato, alle fiamme che aveva spento, e ai rischi che aveva corso tra le fiamme, lui come singolo. Quelle persone si erano salvate, non perché il governo aveva fatto insabbiare il fatto, ma perché la sua squadra era arrivata sul posto ed era accorsa nei luoghi degli incidenti , senza alcuna esitazione. L’addestramento fatto per tanti anni, gli aveva insegnato a tenere il sangue freddo davanti alle situazioni di pericolo imminente, e ai rischi annessi. Sfidare il potere superiore per dimostrare che al mondo c’era chi ancora aveva bisogno di aiuto, senza chiedere nulle in cambio se non avere salva la vita, fu la sfida più grande che il comandante stava affrontando con se stesso. Salvare la vita degli altri per lui era la cosa più importante del mondo, perché lo faceva sentire importante davanti alla comunità e alla sua coscienza, aveva la certezza che dire la verità davanti a un vasto pubblico, Gli avrebbe tolto un grave peso da cui non aveva intenzione di farsi schiacciare. Continuò a pensare a quei tragici momenti, e gli parve di risentire le voci delle vittime travolte dalle fiamme, o incastrate su qualche mezzo. Continuò a ripensarci, finché una voce non lo riportò alla realtà: “comandante? Mi ha sentito, vuole che le ripeta la domanda?” Il comandante capì che Elisabetta si stava rivolgendo a lui, e dopo qualche momento di esitazione, rispose alla domanda: “nell’ultimo anno, io e la mia squadra abbiamo salvato circa quindicimila persone, da incendi e varie calamità naturali. Inoltre, abbiamo soccorso molte persone che si sono trovate in seria difficoltà. Noi, operiamo dove c’è bisogno di aiuto, una volta che la sirena della nostra caserma suona, noi ci precipitiamo con i nostri mezzi e andiamo ad aiutare la persona in difficoltà, la assistiamo con i paramedici sul posto e ci preoccupiamo che stia bene, in caso contrario, interveniamo prontamente per salvarle la vita. Siamo addestrati a seguire il protocollo sanitario regionale, e usiamo tutti i mezzi a disposizione per rianimare il soggetto ferito. Lei vorrebbe sapere se ancora oggi con tutta la tecnologia di cui disponiamo, sia possibile che avvengano drammatici incidenti? Sì è possibile. Se non si adottano le giuste misure di sicurezza, è possibile rimanere intrappolati in un incendio, o annegare in un lago. Se però si seguono le giuste indicazioni, allora ci si può salvare in qualsiasi modo”. Elisabetta vide il timer dell’orologio del programma, erano già le 23:20, mancavano venti minuti alla fine dello show, intanto molta gente vedendo il programma, capì di essere manipolata. Alcuni residenti di un quartiere di Roma scesero in strada e si coalizzarono per marciare sul parlamento. L’idea della rivolta si diffuse a macchia d’olio per tutta Roma, per poi arrivare al resto d’Italia. Il governo, temette molto questa situazione, il primo ministro decise di inviare l’esercito per cercare di reprimere la rivolta, scrisse una lettera al capo di stato maggiore dell’esercito per chiedergli di mandare i militari a sedare la rivolta. Prese il foglio e lo faxò al capo di stato maggiore della difesa, sperando che lo leggesse e mandasse i militari in città per soffocare la rivolta nel sangue. Fuori intanto la celere cercava di contenere la furia della folla che si era armata di mazze e bastoni e altri oggetti pericolosi per contestare il primo ministro. I poliziotti in tenuta anti sommossa cercarono di arginare l’ondata di protesta che si sarebbe riversata contro il parlamento, ma fu inutile le persone erano meglio organizzate. Il presidente Ernesto Cardi, andò su tutte le furie e sollevando la cornetta del telefono, chiamò il prefetto Augusto Francini per mandare un’altra squadra che disperdesse i dimostranti. “pronto?” rispose il prefetto Francini. “prefetto” disse Cardi in tono perentorio “mandi altri poliziotti per sedare la protesta, poi mobiliti altri uomini per far arrestare tutti i giornalisti di Tele Rumors, lo faccia immediatamente” “Va bene signore, eseguo gli ordini” rispose il prefetto. Ormai però, la situazione era degenerata. Dalle prigioni sotterranee dove erano rinchiusi i sopravvissuti ai disastri, le cose cominciarono a cambiare, le guardie che di solito reprimevano con ferocia le rivolte carcerarie, solidarizzarono con i detenuti e li fecero uscire dalle celle per farli unire ai dimostranti. Intanto “VIVI PER MIRACOLO”, stava per finire. Elisabetta decise di chiamare Ignazio sul palco: “adesso, per ringraziarvi di averci seguito per tutta la sera tramite tv, internet, Facebook, Twitter etc, vorrei dire due parole sulla trasmissione che sto conducendo da adesso, e spero anche più avanti. Il nostro scopo con questa trasmissione, è di trasmettere oltre ad un sano pizzico di adrenalina, anche un messaggio di speranza per tutti quelli che hanno paura di non farcela davanti a certe situazioni che abbiamo descritto. Con il nostro impegno come conduttori e autori di “VIVI PER MIRACOLO”, volevamo, e vogliamo dire che se ci si impegnasse di più per la sicurezza, per esempio quando si va a fare una gita in montagna, o ci si cala in profondità per un’immersione, o si guardasse bene mentre si fanno le cose, pericoli simili come quelli che avete visto nelle nostre ricostruzioni filmate, non accadrebbero mai. O sarebbero molto rari nel caso accadessero perché chi è esperto li potrebbe evitare, o ridurre al minimo. E per farlo ripeto, non serve nascondere il problema o chi lo ha provocato, bisogna mostrare la solidarietà a chi è in pericolo, perché un giorno la stessa cosa potrebbe succedere a noi. Come ci ha fatto capire il capo dei vigili del fuoco qui presente. Se vogliamo, possiamo”. Alla fine delle ultime frasi di Elisabetta, ci fu una grande standig ovation, tutti gli spettatori la applaudirono per il discorso, e intanto fuori altra gente si precipitava in massa per assediare il parlamento. I poliziotti intanto cercarono di portare la calma, anche se loro stessi non credettero che potesse scoppiare un focolaio d’anarchia. Al consiglio dei ministri intanto, il presidente continuò a non voler ammettere i propri errori. I ministri però non furono del suo stesso avviso, Andrea Margotta, che era il suo vice, lo spronò ad ammettere i propri errori: “Devi fartene una ragione Ernesto, questi fatti sono destinati ad accadere comunque, che tu lo voglia o no. Inutile negarlo: il nostro progetto di sicurezza, ha fallito”. Cardi guardò fuori dalla finestra, poi con aria rassegnata prese una drastica decisione: “hai perfettamente ragione: ho fallito, il mio progetto è stato un fallimento totale, ho sbagliato su tutta la linea. È quindi venuto il momento di prendere una triste decisione”. I suoi collaboratori furono spaventati da questi due pesanti aggettivi “prendere” e “decidere” ( l’aggettivo di mezzo “triste” poteva essere ancora sopportabile) le loro certezze si stavano sciogliendo come neve al sole. Il silenzio durò molto tempo, la stanza di colpo diventò gelida. I ministri cominciarono a preoccuparsi per l’improvviso silenzio. Temevano che Cardi volesse farli arrestare e deportare, o magari fucilarli seduta stante senza neanche passare dal tribunale. Alcuni nell’attesa dell’annuncio si mangiava le unghie, altri si mordevano le labbra fino a farle sanguinare, il destino di entrambi era appeso a un filo. L’orologio continuò a ticchettare senza sosta, il ticchettio fu così forte che alcuni ministri cominciarono a sudare per la tensione,a momenti Cardi avrebbe dato un annuncio infausto. Alla fine il premier parlò: “smantelleremo il progetto sulla sicurezza e concederemo l’amnistia a tutti i soccorritori. Il mondo ha bisogno di loro, e noi non possiamo negare questo diritto a nessuno. La discussione è chiusa”. Detto questo, i ministri si alzarono delusi per lasciare il consiglio dei ministri. Tutto sembrò finito lì, invece avvenne una cosa inaspettata. Dario Falconi, ministro della difesa e deputato della repubblica italiana, preso dai fumi dell’ira, cambiò la situazione, prese una pistola e la puntò contro Cardi. “provate a fare una mossa e questo posto diventerà una polveriera”. I ministri rimasero spaventati dalle minacce di Falconi. Alcuni tentarono di scappare, ma lui impugnò la pistola e sparò contro uno di loro, mirando dritto alla fronte. Cardi vide il ministro dell’economia cadere a terra come un sacco di patate, in un lago di sangue. Tentò di mediare con l’uomo per evitare altre vittime: “Dario, abbassa quell’arma perfavore, ormai è tutto finito. Pensavi che fossi un pazzo? Lo scopo del nostro lavoro, era la sicurezza dei cittadini nient’altro. Ma come ti ripeto, abbiamo fallito. Adesso, vorrei che tu cortesemente abbassassi l’arma a terra e con un calcio la mandassi verso di me” . Dario tenne premuto il grilletto ancora per alcuni secondi e tenne la canna della pistola puntata verso il di Cardi, poi preso dall’ira fece fuoco. Lo sparo andò a colpire il vice di Cardi che morì all’istante, poi toccò al ministro dei trasporti che fu gambizzato, in fine Falconi rivolse l’arma contro se stesso si sparò un colpo alla testa e morì. Cardi rimase in piedi immobile con gli altri ministri che erano terrorizzati, la polizia entrò dentro assieme ai militari del moschin, che si erano ribellati agli ordini superiori, gli ostaggi sopravvissuti furono liberati dal palazzo, e i paramedici i misero a lavoro per rimuovere i cadaveri rimasti a terra. Il bilancio fu pesante: quindici morti compreso l’attentatore, e nove feriti gravi. Agli studi di Tele rumors intanto avevano appreso la notizia dell’attentato al consiglio dei ministri. Elisabetta era nel suo studio privato e stava preparandosi per andare a casa, quando sentì bussare la porta del suo studio. “avanti”. A bussare era stato Matteo Corsi, il regista del programma. “è successa una cosa terribile al consiglio dei ministri. Qualcuno ha sparato all’impazzata durante la riunione del premier Cardi, dicono che ad aprire il fuoco sia stato il ministro della difesa Falconi”. Elisabetta preoccupata accese la tv per saperne di più. Nel televisore, scorsero le immagini del consiglio dei ministri danneggiato, e le immagini dei cadaveri dei politici che erano stesi a terra su un lago di sangue. A un certo punto un cameraman che era entrato assieme ai soldati riprese il corpo di un membro del governo steso a bocconi con i capelli sanguinanti e parti della fronte che erano schizzati via a causa dello sparo. L’immagine fu così cruda, che Tele Rumors decise di censurarla con un cartello per non turbare gli spettatori più piccoli. Elisabetta restò così disgustata da quell’immagine che dovette andare al bagno per vomitare. Si era abituata a vedere le tragedie più impensabili, a commentare i salvataggi più pericolosi, aveva assistito alle ricostruzioni più truculento, questo però non riuscì a reggerlo. La vista di quella strage la fece star male al punto decise di correre al bagno e vomitare, si mise a terra e vomitò tutto quello che aveva dentro. Poi si pulì con un fazzoletto e andò a lavarsi la faccia. Alzò la testa e si guardò allo specchio. La sua missione era compiuta.

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